
Pietro Panei
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Poco si sa dei fattori che influenzano la propensione a trattare con i farmaci l’ADHD. In uno studio longitudinale, condotto nel 2007 e 2008, per valutare i servizi per la diagnosi di ADHD negli Stati Uniti, abbiamo valutato la propensione al trattamento dell’ ADHD in 4 categorie direttamente interessate alla tematica: adolescenti, genitori, professionisti di sanità pubblica e insegnanti.
Gli esperti del Department of Psychiatry dell’Università della Florida di Gainsville che hanno pubblicato su Social Science and Medicine di gennaio, hanno valutato la propensione al trattamento per l’ADHD alla luce dei possibili eventi avversi di due medicinali a breve e lunga durata e di tre trattamenti psicosociali (counseling, terapia comportamentale e educazione/istruzione). La regressione multipla, evidenzia una correlazione significativa con l’età (più bassa negli adolescenti rispetto all’adulto), la conoscenza della sindrome, la considerazione dei trattamenti come accettabili e utili, mentre non ci sono correlazioni con la razza, lo status socio-economico e il genere.
Gli autori dello studio hanno usato il grounded theory method metodologia di ricerca che nasce nell'ambito della ricerca sociologica ispirata al cosiddetto "paradigma interpretativo" e hanno riscontrato una generica avversione al trattamento farmacologico o psicosociale e il timore di effetti indesiderati (stigma e dipendenza da farmaci o terapie). I risultati indicano significative discrepanze tra adolescenti e adulti nella propensione a ricorrere a interventi per l’ADHD, con una minore disponibilità dell’adolescente verso i trattamenti e evidenziano la necessità di migliorare la gestione dell’ADHD durante l’adolescenza. Social Science and Medicine - gennaio 2012