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Artemis, al via un progetto dell’ISS per favorire l’accesso degli stranieri ai servizi sanitari
Pubblicato 30/06/2011 - Modificato 10/02/2020

ISS 30 Giugno 2011

Sono ancora troppo pochi gli stranieri residenti in Italia che accedono ai servizi socio-sanitari. Da questo presupposto nasce Artemis (Associazionismo e Reti Territoriali per la Mediazione Interculturale sulla Salute) un progetto coordinato dal Centro Nazionale AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità - in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione e Albero della Salute - Struttura di Riferimento della Regione Toscana per la Promozione della Salute dei Migranti, con il coordinamento del Ministero della Salute – illustrato oggi nel corso di un convegno all’ISS.

Scopo del progetto, finanziato dalla Commissione Europea e dal Ministero degli Affari Esteri e concentrato soprattutto sull’infezione da HIV e AIDS e sulle coinfezioni, ovvero la tubercolosi e le malattie sessualmente trasmesse, è favorire l’integrazione dei cittadini di Paesi Terzi, attraverso attività di informazione, orientamento e accompagnamento nell’ambito di percorsi socio-sanitari. A tal fine è stata creata una rete composta da circa 40 associazioni di migranti, della società civile italiana e di istituzioni locali distribuite nei territori di Roma, Prato e Firenze, il cui scopo sarà ora quello di progettare ed implementare iniziative volte alla promozione della salute degli stranieri. Sono stati inoltre prodotti un manuale per operatori di salute di comunità e le linee guida per l’implementazione di un modello di intervento.

Il percorso

E’ stata attivata una rete di Educatori di salute di comunità sul territorio, sul modello di mediazione culturale creato e sperimentato in Gran Bretagna, che intende promuovere l’health literacy attraverso l’Educatore di salute di comunità, una nuova figura di leader di comunità in grado di rilevare il bisogno, trasmettere conoscenze e indirizzare ai servizi. Ai cittadini stranieri è stato sottoposto un questionario, secondo il modello standard stabilito dall’ECDC per la valutazione degli interventi di prevenzione dell’infezione da HIV e AIDS, e ad alcuni di loro, un centinaio, sono stati analizzati campioni di plasma afferenti ai centri clinici di Firenze e Prato.

Il campione

La ricerca si è svolta su 1508 persone, di cui più della metà (59%) donne, provenienti per il 37% dall’Africa, per il 25% dall’Europa dell’Est, per il 19% dall’Asia, per il 15% dal Sud America, per il 3% dall’Europa Occidentale. Più della metà possedeva una buona conoscenza della lingua italiana e viveva in Italia con la propria famiglia. Il 25% si era già sottoposto al test dell’HIV nel corso della sua vita, mentre l’8% lo aveva fatto nel corso degli ultimi 12 mesi; il 25% aveva usato il profilattico durante l’ultimo rapporto sessuale. Solamente 11 individui hanno risposto in modo corretto a tutti i quesiti sulla conoscenza della trasmissione dell’HIV. Circa il 25% si ritiene sufficientemente informato sul tema dell’infezione da HIV e circa la metà dei partecipanti allo studio vorrebbe ricevere maggiori informazioni dagli operatori sanitari.

I campioni biologici appartenenti a 100 individui emigrati afferenti ai centri clinici di Firenze e Prato, positivi per HIV, sono stati utilizzati per valutare il sottotipo di HIV infettante e l’eventuale presenza di mutazioni che conferiscono resistenza a farmaci antiretrovirali e per saggiare la presenza di infezioni recenti. La maggioranza dei pazienti proveniva dall’Africa occidentale e dal Brasile. Il 30% di questi individui presentava una viremia nel sangue, sufficiente per effettuare il test per la sottotipizzazione del virus HIV infettante. Tra gli individui caratterizzati per il sottotipo di HIV, circa il 60% risultava infettato da sottotipi diversi dal sottotipo B, il più comune sottotipo circolante in Italia. In particolare, il 33% degli individui, quasi tutti provenienti dalla Nigeria, risultava infettato dal sottotipo G e da HIV ricombinanti che includevano il sottotipo G. Inoltre, il 40% di tutti gli individui per i quali era stato possibile determinare il sottotipo (ovvero 30 dei 100 individui suddetti) presentava anche mutazioni di resistenza per almeno un farmaco antiretrovirale. Infine, 3 pazienti su 56 presentavano un’infezione recente. Infine, la presenza di infezioni recenti rilevate nel campione potrebbe essere indicativa del fatto che individui emigrati con comportamenti a rischio possano acquisire l’infezione in Italia. Più in generale, il dato indica che la popolazione degli emigrati in Italia condivide con la popolazione italiana comportamenti a rischio di infezione da HIV che, pertanto, potrebbero portare all’introduzione di nuove varianti virali nelle due popolazioni.


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