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CS N°10/2010-Medicina di genere: le cellule femminili sono più resistenti. Inventano soluzioni per non morire

ISS 8 giugno 2010

Le cellule femminili si adattano di più e riescono a sopravvivere meglio di quelle maschili sotto stress ambientale e farmacologico. E’ il risultato di uno studio congiunto tra ISS e l’Università di Sassari nel quale emerge che le cellule che costituiscono il corpo dell’uomo e della donna non sono solo diverse per quanto riguarda i cromosomi ma anche per quando riguarda il loro destino.

Uomini e donne hanno quindi un rischio diverso di contrarre certe malattie. Diventa perciò necessario che la ricerca scientifica abbia un approccio di genere al fine di offrire una migliore appropriatezza terapeutica. Con questo obiettivo l’Istituto Superiore di Sanità, grazie ai fondi della Ricerca Finalizzata del Ministero della Salute, ha avviato il progetto strategico. La medicina di genere come obiettivo per la sanità pubblica: l’appropriatezza della cura per la tutela della salute della donna”. Si tratta di un progetto ambizioso – dice il Presidente dell’ISS Enrico Garaci – che studia le differenze non soltanto fisiologiche ma anche sociali e psicologiche tra uomini e donne. Abbiamo la certezza scientifica della differenza degli organismi sotto il profilo ormonale e genetico e delle risposte diverse alle terapie. Basti pensare che le reazioni avverse ai farmaci nelle donne concorrono al 6% delle ospedalizzazioni. L’obiettivo oggi è capire come impattano le terapie farmacologiche sugli uomini e sulle donne per ottenere una cura più appropriata e un risparmio di costi per il Servizio Sanitario Nazionale.

Uno dei risultati del progetto ha rivelato che le cellule maschili (XY) hanno un comportamento stereotipato. Infatti, sotto stress ambientale e farmacologico non riescono ad adattarsi per cui evolvono verso la morte cellulare (apoptosi). Le cellule femminili hanno invece una maggiore plasticità e sono capaci di adattarsi di più e meglio. Infatti, possono riorientarsi e cambiare forma senza perdere la loro vitalità e la loro energia e per non morire, facendo una sorta di cannibalismo, diventano capaci di mangiare alcuni loro componenti (autofagia) per ricavare fonti energetiche per sopravvivere. In definitiva, sono più risparmiose perché non sprecano nulla di quello che può essere riciclato.

Questo studio dimostra che i risultati della ricerca scientifica ottenuti nell’uomo non possono essere automaticamente trasferiti alla donna. “Le cellule maschili, infatti, evolvono verso la morte programmata – dice Monica Bettoni, Direttore Generale dell’ISS - mentre quelle femminili vanno verso la senescenza e ciò indica che le cellule femminili hanno una maggiore capacità di adattarsi all’ambiente. Questa ricerca, e ne siamo fermamente conviti, porta all’appropriatezza della cura evitando l’errore in medicina. L’appropriatezza della cura è il solo modo di arrivare al risparmio equo per il sistema sanitario.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto un elaborato sulla medicina di genere mettendo in evidenza come i luoghi scelti, i metodi usati e le analisi dei dati riflettono una prospettiva maschile in molti campi importanti. Laddove le stesse patologie colpiscono sia gli uomini che le donne, molti ricercatori hanno ignorato le possibili differenze tra i sessi rispetto agli indicatori diagnostici, ai sintomi, alla prognosi e alla effettiva efficacia dei diversi trattamenti. Fintanto che i ricercatori continueranno ad usare come modello gli uomini, le cure mediche delle donne continueranno ad essere compromesse.

Il progetto, che sarà presentato l’8 giugno 2010 a Palazzo Marini, vede coinvolti diversi enti e strutture oltre all’ISS: tre regioni, di cui 2 come capofila (Sardegna, Sicilia) ed una unità della Regione Toscana (Agenzia Servizi Sanitari), l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro, l’Agenzia Servizi Sanitari Regionali di Roma, due IRCCS (Istituto Dermatologico San Gallicano – IFO IRCCS-Roma, e il San Raffaele Pisana di Roma), il Consorzio Interuniversitario – Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi di Roma e otto Università degli Studi (Cagliari, Firenze, Messina, Modena, Piemonte Orientale-Novara, Roma- La Sapienza, Roma “Tor Vergata” e l’Università di Sassari).

Il progetto è costituito da cinque Unità ognuna delle quali comprende cinque diverse linee di ricerca:
• Malattie metaboliche e salute della donna: studi patogenetici e approcci terapeutici innovativi (Istituto Superiore di Sanità -responsabile scientifico: Stefano Vella) • Ormoni sessuali come determinanti di genere nella risposta immune e nello sviluppo di malattie autoimmuni e metaboliche (Istituto Dermatologico San Gallicano-I.FO- IRCCS, responsabile M. Picardo)
• Interferenti endocrini negli ambienti di lavoro e salute della donna (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del lavoro responsabile A. Pera)
• Malattie iatrogene e reazioni avverse ai farmaci (Regione Sicilia, responsabile A. De Sarro
• Determinanti della salute della donna, medicina preventiva e qualità delle cure (Regione Sardegna, responsabile F. Franconi)