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2020 - L’ Empatia e i comportamenti prosociali

L‘Empatia è stata variamente definita da molti studiosi, se volessimo sinteticamente descriverla, attingendo alle definizioni degli esperti, potremmo dire che si tratta della “capacità di sentire le emozioni di un'altra persona, di identificare i suoi possibili pensieri e di rispondere a questi nella maniera più appropriata” (Decety & Lamm, 2006; Saudino et al., 2008. Baron-Cohen’s 2002).
Ampia è l’evidenza scientifica che il “comportamento prosociale” sia centrale per il benessere collettivo delle persone, e questo legame tra prosocialità e benessere è stato misurato attraverso una vasta gamma di strumenti di misurazione. La prosocialità si estrinseca in comportamenti sotto la spinta di diversi fattori che riguardano la sfera psico-sociale, cognitiva ed emotiva, degli individui. Concorrono a questa spinta fattori personali che spaziano dalle preoccupazioni egoistiche e i tentativi di evitamento dell’angoscia, all’ “empatia” e all’ insieme di convinzioni personali di tipo morale e religioso.
Nell’ambito delle attività dell’ISS, in particolare del Centro che si occupa di comportamento e salute mentale (Centro per le scienze comportamentali e la salute mentale - SCIC)), , sono stati condotti alcuni studi che hanno indagato l’influenza di fattori innati e di fattori ambientali sul grado di empatia misurato attraverso scale validate e autosomministrate, (intendendo, con “fattori ambientali”, molteplici fattori influenti sull’individuo sia in ambito familiare nelle fasi più precoci della vita, sia fattori della sfera individuale adulta come, ad esempio, il bagaglio culturale, l’approdo professionale, gli studi intrapresi, la sfera amicale, il reddito, etc), le differenze di genere e la relazione tra l’empatia e alcuni comportamenti prosociali quali, ad esempio, l’ “attitudine alla donazione di campioni biologici per fini di ricerca”.  Questa ricerca è stata condotta con la collaborazione della Prof. Nancy Eisenberg della Arizona State University, una dei massimi esperti di empatia soprattutto nell’ambito degli studi sullo sviluppo cognitivo ed emozionale dei bambini.
 
La ricerca è stata condotta nel 2012 grazie all’infrastruttura del Registro Nazionale Gemelli e rappresenta uno dei pochissimi studi gemellari sull’architettura gene-ambiente dell’empatia in età adulta. 
Sono stati raccolti dati da questionario di circa 1700 gemelli tra i 18 e i 65 anni e l’empatia è stata misurata con una scala validata (“Empathy Quotient” di Baron Cohen). Tra i risultati di maggior rilievo viene confermato un livello mediamente più elevato di empatia tra le donne, peraltro noto in letteratura, e sensibili differenze di genere per quanto riguarda l’origine delle due componenti principali dell’empatia, la componente emozionale e quella cognitiva, sono emerse anche se necessitano di studi ulteriori per essere confermate. In base a quest’ultimo risultato, infatti, l’empatia delle donne nell’età adulta appare prevalentemente spiegata da fattori genetici e ambientali in ugual misura, mentre negli uomini adulti non emerge il contributo dei fattori innati e sostanziale appare invece il ruolo svolto dei fattori ambientali tipici dell’età infantile.
Si tratta di risultati interessanti che necessitano, come sottolineato, di essere confermati in ulteriori studi. Interessante anche l’associazione che sembra emergere tra maggior livelli di empatia e maggiore volontà di donare campioni per la ricerca scientifica rilevati, però, solo negli uomini. Se questo ultimo dato venisse confermato in ulteriori studi, potrebbe sostanziarsi l’ipotesi che nelle donne entrano in gioco altri fattori psico-culturali nel favorire comportamenti prosociali come la partecipazione alla ricerca e non l’empatia di per sé.
Il Registro Nazionale Gemelli ha inoltre prodotto una importante revisione sistematica degli studi condotti sulle due componenti dell’empatia e la loro origine in termini di fattori genetici e ambientali. La revisione ha analizzato 23 studi condotti con il metodo gemellare negli ultimi 30 anni, i risultati in sintesi dicono che: i) l’empatia emozionale è più spiegabile da fattori innati di quanto non sia l’empatia cognitiva; 2) quest’ultima componente appare invece influenzata da fattori ambientali condivisi nell’infanzia; 3) non appaiono confermate differenze di genere nella variabilità della manifestazione empatica spiegabile da fattori genetici.
Anche questi risultati spronano ad ampliare le conoscenze sulle origini di questo tratto così importante per il benessere psico-fisico dell’individuo nel contesto sociale.